In Gesù noi siamo famiglia

Pubblicato: 28/12/2024
In Gesù noi siamo famiglia

La famiglia ora è completa, c’è Giuseppe, Maria e il Bambino Gesù. Sebbene Giuseppe non sia il padre è chiamato a custodire ed è per questo che egli guarda al futuro dei suoi cari e sogna. Ed è nel sogno che sente la necessità, - poiché gli viene rivelato- , di prendersi cura della sua famiglia, una famiglia che gli è stata affidata “dall'alto”.

Ma chi di noi non sogna? Tutti noi sogniamo, ed è giusto sognare. Il problema sorge quando si smette di sognare. Così come tanti che nello stato di povertà o prostrazione in cui sono sognano.

In piazza S Pietro c’è un monumento ai migranti donato a papa Francesco. E’ messo dinanzi agli occhi di tutto il mondo, e ci dice che il sogno, anche se talvolta viene perseguito nel sacrificio, anche se alimentato dal dolore, muove la Speranza e spinge ad andare oltre per raggiungere a tutti i costi la felicità. Non manca però il dolore di staccarsi dalla propria terra per andare a trovare pace, lavoro e un pane da mangiare altrove.

Il sogno ci muove. E il sogno fa parte di noi. Non si può non sognare. I giovani non possono non sognare. Quando smettiamo di sognare vuol dire che siamo morti.

Il sogno ti spinge anche a navigare, ti spinge a muoverti oltre te stesso. È quello che è accaduto a Giuseppe e Maria che, con il Bambino sono dovuti scappare. Sono dovuti andare in Egitto perché perseguitati, perché forse lì avrebbero trovato pace. Poi è stato detto loro di ritornare in Israele. Ecco che questa famiglia continua a muoversi.

Potremmo dunque dire che la santa Famiglia è senza dubbio una famiglia di migranti, cosi come tanti oggi, che migrano. Giuseppe e Maria sono stati i primi, in un certo senso, i primi cristiani, seguaci di Gesù a fare un percorso doloroso, a vivere le ferite della persecuzione.

Le ferite nel cuore. Non sentirsi accettati e nel contempo vivere anche la sofferenza e il mistero di un Figlio tutto particolare. Ecco, allora che essi ci danno l’esempio perché questo percorso che fanno saremmo chiamati a farlo anche noi. Un percorso di accoglienza, che diventa anche un cammino di ricerca, di felicità. Siamo chiamati a sognare, certamente, ma anche ad essere disposti a camminare nella direzione che il Signore stesso ci indica.

A Giuseppe la direzione gli è stata indicata in maniera precisa ma poi è lui che deve scegliere le tappe giuste e i contenuti di questo cammino come pure le scelte da compiere di giorno in giorno, anche noi siamo chiamati allo stesso modo a fare le nostre scelte in questo andare nel mondo. E’ un sognare, è un andare ma è anche un custodire perché anche noi come Giuseppe siamo chiamati a custodire la famiglia nella quale siamo inseriti, la famiglia che è il mondo intero, i fratelli e le sorelle che il Signore ci fa trovare accanto, quelli che incontriamo nella nostra vita. In qualche modo siamo chiamati a custodirli, così come loro sono chiamati a custodire noi.

Dio ha voluto percorrere la via dell’incarnazione per rivelarsi ed è nato in una famiglia umana, e perciò la famiglia umana è diventata icona di Dio! Dio è Trinità, è comunione d’amore, e la famiglia ne è, in tutta la differenza esistente tra il Mistero di Dio e la sua creatura umana, un’espressione che riflette il Mistero insondabile del Dio amore. L’uomo e la donna, creati ad immagine di Dio, diventano così, nel matrimonio “un’unica carne” (Gen 2,24), cioè una comunione di amore che genera nuova vita.

La famiglia umana, in un certo senso, è icona della Trinità per l’amore interpersonale e per la fecondità dell’amore. Ma questo principio si può estendere a tutta la comunità. Infatti il tema della custodia che viene evocato oggi in questa festa della Santa Famiglia ci fa capire che tutti siamo una famiglia, tutti siamo la famiglia di Dio e dovremmo sempre più rifarci, ripetere nel mondo quella icona stupenda che è la Santissima Trinità perché è lì che viviamo e cogliamo l’amore vero e pieno: l’amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre nello Spirito Santo, immagine per noi di un amore vero, puro, donato, un amore che può dare felicità al cuore di ogni uomo.

Con le parole di don Tonino Bello: «Vi auguro di capire che Natale non è un punto di arrivo ma di partenza. Natale non è un “punto a capo”: Natale è “due punti”: si apre, si deve aprire poi tutto un discorso» nuovo che certamente ci rende felici di vivere e amare.

don Alfonso GIORGIO



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