Ritorniamo a Betlemme

Pubblicato: 04/01/2025
Ritorniamo a Betlemme

In questa seconda domenica di Natale ritorna ancora il Vangelo di Giovanni. In questo tempo di Natale ci capita spesso di ascoltare i testi di Giovanni. In modo particolare il Vangelo ci rimanda sempre ad un fatto e cioè al mistero dell'Incarnazione: "il Verbo di Dio che si è fatto carne", come pure al tema spirituale dell'accoglienza o non accoglienza da parte nostra.

Infatti il Vangelo registra subito questo dato triste: "è venuto fra i suoi e non l'hanno accolto". Noi invece l'avremmo accolto, quantomeno in maniera convenzionale, essendo cattolici, essendo la maggior parte di noi battezzata.

In qualche modo ognuno l'accoglie nella propria vita, almeno a livello di conoscenza. Ora però si tratta di accoglierLo in maniera più profonda, in modo che possa dare un senso più profondo alla nostra vita, darle un significato, una svolta. Ed è per questo che la Chiesa in questo tempo liturgico ci invita a ritornare su questi temi, a "ritornare a Betlemme", cosi' come diceva Don Tonino Bello nei suoi auguri di Natale e nei suoi scritti.

"Ritorniamo a Betlemme". Ritornare a Betlemme significa proprio ricominciare da capo, ritornare alle origini, e questo è il senso. È alla grotta che dobbiamo andare. La grotta è la porta di Betlemme che ci apre al Mistero, però dobbiamo essere noi ad aprire la porta del nostro cuore.

Nel libro dell'Apocalisse è scritto: "Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre, io entrerò da lui, cenero' con lui, staremo insieme". Si tratta dunque di fare una scelta. Dobbiamo fare noi l'opzione: accogliere il Signore o non accoglierlo nel nostro cuore, nella porta del nostro cuore.

In questo tempo giubilare sono state aperte le porte, simbolo dell'anno santo. Il Papa ha aperto la porta santa, ma simbolicamente è la porta del nostro cuore che dovrebbe essere aperta. E attraverso quella porta che noi entriamo nel mistero di Dio che si è fatto carne, l'Altissimo che si è reso vicino a noi più di quanto noi possiamo immaginare.

Simone Weil, mistica del secolo scorso, amava dire che «la vita del cristiano è comprensibile solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile», cioè un Mistero, una vertigine, un sogno, una vergine che è incinta di Dio, una grotta fredda e sporca, una croce, voli misteriolsi di esseri luminosi.

Ma il miracolo grande è che non è più Dio a plasmare l’uomo con la polvere, come è scritto in Genesi per Adamo, ma in un certo senso l'uomo ad accogliere Dio che si fa lui stesso pol­vere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, bambino piccolo e indifeso di Betlemme. E se in quest'anno mi capiterà di piangere, anche lui imparerà a piangere e piangerà con me. E se incombera' la morte, anche lui ha come sappiamo sperimenterà l’orrore della morte.

Solo un Dio, Onnipotente poteva imboccare queste strade. E so­lo i piccoli e gli umili gli credono, felici di essere stati privilegiati da un Dio cosi libero e così sorprendente, da preferire cio' che secondo il mondo "non è " per confondere "ciò che è" o presume di essere. Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è umile e fragile. Dio e' nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria, l’appassionata parola del Natale da vivere ogni giorno.

Quest'anno lo celebriamo e lo ricordiamo solennemente. Ed è per questo che ci viene data una grande opportunità per accoglierlo nella nostra vita. Auguriamoci che il Signore voglia entrare e trovare in noi un posto caldo, un posto disponibile, un posto caloroso, accogliente e gioioso nel nostro cuore.

don Alfonso GIORGIO



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